S.n.c. - recesso di un socio (su due)

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(di Nicola Zambello e Roberto Mazzanti)

Questa settimana l'argomento che abbiamo scelto, attingendo dalle nostre pratiche di Studio, riguarda un caso un po' particolare, ma non per questo raro: una s.n.c. composta da due soci al 50% ciascuno, completamente paralizzata a causa del disaccordo tra soci sul "che fare"; uno vuole proseguire un'attività che continuamente s'indebita e l'altro invece vuole lasciare.

Ecco il quesito di partenza:

QUESITO

Due soci di una snc al 50% ciascuno sono in disaccordo tra loro, uno dei due vuole assolutamente interrompere il rapporto sociale con l'altro .. premesso che nel patrimonio non ci sono immobili, ma anzi è negativo per circa € 200.000,00, è il terzo anno di perdita e in cui vengono ammassati debiti ..il socio che vuole interrompere che strade ha a disposizione? può recedere ? e la sua parte di debiti ? come gli vengono accollati ? e come li deve pagare ?
può convincere l'altro socio a lasciare e provare a continuare da solo ? spingere la società verso la liquidazione ?
in che modo ? può contestare all'altro socio di aver speso male la liquidità della società ? comprando inutili beni strumentali ? o questo discorso gli si ritorce contro visto che lui è il legale rappresentante della snc ? e visto che era d'accordo quando si spendeva ? doveva quindi uscire (in qualche modo) prima di adesso?

SOLUZIONE 

Le società in nome collettivo composte da due soci con quote paritarie, cadono spesso in queste situazioni di stallo.
La situazione descritta nel quesito è complessa e va analizzata sotto diversi profili.
L'aspetto principale consiste nel "come risolvere" il rapporto con l'altro socio.
Dal testo del quesito sembra che quello che intenderebbe chiudere il rapporto sia l'amministratore, mentre l'altro sarebbe un socio senza cariche. Emergerebbe inoltre che il vero amministratore è colui che non risulta tale o, quanto meno, che questo sia il socio capace di imporre la politica di gestione

Se così stanno le cose, il nostro suggerimento è di tentare di mettere in liquidazione consensualmente la società.

Ci pare ci siano tutti i presupposti:
1. disaccordo totale tra i soci
2. patrimonio sociale negativo, quindi impossibilità di continuare l'attività.

Per inciso, sarebbe preliminarmente da valutare la strada fallimentare (ovviamente essendo presenti i presupposti quantitativi in termini di debiti scaduti, fatturato e attività  previsti dalla nuova legge fallimentare); non vorremmo che la società fosse già in stato di insolvenza e che quindi la scelta fosse già obbligatoria, nel qual caso non chiedere il proprio fallimento (eventualmente proponendo accordi di ristrutturazione del debito) sarebbe di per sé un reato colposo se ciò aggravasse il dissesto.

Se però non c'è accordo tra i soci per l'avvio della liquidazione volontaria, il socio legale rappresentante potrebbe chiedere al Tribunale competente il decreto di scioglimento e di nomina del liquidatore. In questo caso, il professionista incaricato porterebbe a termine la liquidazione chiedendo ai soci i fondi necessari per pagare i debiti, se la vendita delle attività sociali non risultasse sufficiente a coprirli integralmente. In caso negativo, sarebbe il liquidatore a valutare la fondatezza della richiesta di fallimento della società.

In alternativa, anche se dal quesito non pare ci siano le condizioni, il socio potrebbe chiedere di recedere dalla società; qui bisogna però specificare che il recesso è possibile solo se la società è stata contratta con durata a tempo indeterminato o se sussiste una "giusta causa", ossia un fatto o una situazione talmente grave da ledere irreversibilmente la fiducia tra i soci.

Ad esempio, se uno dei due svolge contemporaneamente un'attività concorrente con la società o se ha rivelato a terzi segreti inerenti la produzione, oppure se rifiuta di conferire quanto ha promesso in sede di atto costitutivo.
Altrimenti non sarebbe possibile.

Quanto alle altre ipotesi ventilate nel quesito, come convincere il socio ad uscire dalla società proseguendo da soli l'attività ecc...ecc... sono, appunto, solo ipotesi; è chiaro che se il disaccordo è molto profondo è difficile che uno dei due compri la quota dell'altro o proponga di recedere.

Comunque si possono e si devono fare dei tentativi in quel senso.

Sotto il diverso profilo della responsabilità per i debiti sociali, non vediamo particolari problemi; nel senso che ciascuno risponde in solido con l’altro per tutti i debiti presenti nel patrimonio della società. E questo sia in caso di liquidazione volontaria o giudiziale, sia in caso di recesso, sia in caso di compravendita della propria quota sociale. L’unica differenza sta nel “come” si risponde di questi debiti.

Nella procedura di liquidazione volontaria, così come in quella giudiziale, ogni socio è chiamato –dal liquidatore- ad effettuare ulteriori versamenti nella cassa sociale, se i proventi della cessione delle attività della snc (attrezzature, recupero crediti, rimanenze ecc…ecc….) non è sufficiente a coprire i debiti.

In caso di fallimento della società, cambia la figura e si passa dal liquidatore al curatore ma la sostanza resta: ogni socio risponderà in proprio della sua quota parte di debiti (50%).

Nell’operazione di recesso, così come in quella di cessione della quota, il socio che cessa il rapporto con la società viene ad essere liquidato con una somma di denaro che rappresenta questa formula:

X (somma spettante) = (attività meno passività +avviamento+utili e plusvalenze latenti-perdite e minusvalenze latenti) diviso due

E’ peraltro possibile che il risultato sia negativo, quando le passività superano le attività e magari manca anche l’avviamento. Oppure quando il risultato positivo è azzerato dalle perdite dell’esercizio in corso o dalle minusvalenze latenti sui beni strumentali (che si verificano quando il loro valore contabile è superiore a quello di mercato).

E’ perciò insito nella somma spettante al recedente o al cedente la quota, il fatto che egli abbia già scontato la propria parte di debiti presenti in bilancio. In questo caso, una volta chiuso il rapporto, egli rimarrà responsabile solo nei confronti dei terzi, per i debiti sociali, se la società non dovesse farvi fronte. Il fornitore non pagato, ad esempio, potrà agire in rivalsa anche verso il socio uscito, se il debito era preesistente al suo recesso o alla sua cessione di quota. Il socio raggiunto da questa richiesta potrà però chiedere il beneficio della preventiva escussione del patrimonio sociale, chiedendo - in pratica - che il creditore agisca prima verso la società e solo in caso di insolvenza della società, nei suoi confronti.

Quanto infine alla responsabilità propria dell’amministratore, tener presente che per la legge è responsabile sia colui che ricopre formalmente la carica, sia colui che è amministratore “di fatto”, ossia senza una carica formale. Ci pare perciò che entrambi i soci non abbiano nulla da guadagnare accusando l’altro di mala gestione. Ma qui entriamo in un discorso che necessiterebbe di elementi e di notizie che dal quesito non emergono.

 

 

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